Domenico Gabrielli

Domenico Gabrielli nacque a Bologna nel 1659 e fu celebrato come uno dei primi virtuosi itineranti del violoncello in Italia.
Come compositore, fu influente nel liberare il violoncello dal suo ruolo di strumento basso indifferenziato, permettendo alle caratteristiche individuali del violoncello di plasmare la musica scritta per esso. Gabrielli scrisse alcune delle prime opere conosciute destinate al violoncello non accompagnato.
Gabrielli ha studiato composizione a Venezia con Giovanni Legrenzi e violoncello con Petronio Franceschini a Bologna. Nel 1676 fu eletto all’Accademia Filarmonica, società musicale bolognese di recente costituzione, che sarebbe poi diventata una delle più illustri accademie d’Europa; nel 1683, è stato scelto per essere il suo presidente. Gabrielli assunse la posizione di insegnante come violoncellista presso la preminente istituzione musicale di Bologna, l’orchestra di San Petronio, nel 1680. Negli anni ottanta dell’Ottocento divenne famoso come virtuoso del violoncello e compositore di musica vocale. I suoi numerosi impegni al di fuori dei suoi doveri a San Petronio – si esibì frequentemente alla corte estense di Modena, e le sue opere furono prodotte a Venezia, Modena e Torino – alla fine lo portarono al licenziamento dall’orchestra nel 1687. Il duca Francesco II d’ Este, anch’egli violoncellista dilettante, colse l’occasione per ingaggiare Gabrielli alla sua corte modenese. Ritenuto indispensabile, l’anno successivo Gabrielli fu ripristinato al suo posto a San Petronio, dove sarebbe rimasto fino a poco prima della sua morte all’età di 30 anni.
Tutta la musica per violoncello esistente di Gabrielli – due sonate, una in due versioni e una serie di sette ricercari – risale agli ultimi due anni della sua breve vita. I suoi ricercari per violoncello esibivano tecniche avanzate – registri doppi, tripli e quadrupli e passaggi floridi, ampi salti e modulazioni insolite – e un carattere improvvisativo. Nelle sue opere vocali, ha assegnato un posto di rilievo al violoncello come strumento obbligato. Gabrielli fu ampiamente riconosciuto per le sue opere e scrisse molte forme di musica vocale e strumentale, inclusi oratori, serenate, cantate e una varietà di opere religiose.

Louis-Gabriel Guillemain

Louis-Gabriel Guillemain è stato un compositore e violinista barocco francese. Fu un pioniere dello stile strumentale italiano in Francia.
Image for artistGuillemain nacque a Parigi alla fine del 1705 e fu cresciuto dal conte de Rochechouart che assicurò che Guillemain ricevesse presto un’educazione musicale completa. Guillemain ha studiato violino, viaggiando poi in Italia per studiare con Giovanni Battista Somi e Jean-Marie Leclair. Lavorò alla corte reale di Versailles e divenne uno dei musicisti di corte più pagati.
Al suo ritorno in Francia, Guillemain fu nominato violinista all’Opera di Lione e poi primo violino all’Accademia Reale di Digione nella primavera del 1734. Guillemain in seguito si trasferì a Parigi, dove fu un partecipante attivo nella comunità musicale come violinista e compositore di sonate.
Appena due anni dopo il suo matrimonio con Catherine Langlais nel 1757, Guillemain entrò al servizio del re come violinista. Le sue ultime composizioni risalgono al 1762.
Come violinista, Guillemain è stato salutato come il migliore di Parigi e descritto in una lettera di Louis-Claude Daquin come “un uomo pieno di fuoco, genio e vita… è forse il violinista più straordinario e abile che si possa sentire suonare”.
Le composizioni di Guillemain comprendono almeno 18 opere sui generi di sonate, sinfonie, concertini, danze e sonate per clavicembalo con accompagnamento di violino. Le sue opere mostrano una conoscenza approfondita delle tradizionali forme sonata-allegro e sinfoniche oltre a temi molto chiari. Le sue opere esemplificano l’affascinante ed elegante stile strumentale italiano. Tutte le sue opere erano tecnicamente molto impegnative, soprattutto per il violino per il quale ha scritto parti virtuosistiche. Insieme a Jean-Marie Leclair, Guillemain ha contribuito maggiormente alla scuola di violino francese.
Sulla strada per Versailles nel 1770, Guillemain si suicidò accoltellandosi quattordici volte con un coltello in risposta a una situazione finanziaria sempre più disperata.

Jordi Savall – L’Europa Musicale ai tempi di Caravaggio

Jordi Savall è un gambista, violoncellista, direttore d’orchestra e musicologo spagnolo.

Jordi Savall

Durante l’infanzia compie i primi studi musicali presso il coro infantile della sua città natale, per poi proseguirli con lo studio del violoncello, fino al conseguimento del diploma, conseguito presso il Conservatorio di Barcellona, il prestigioso Liceu Musical nel 1964.
A metà degli anni Sessanta, comincia lo studio autodidatta della viola da gamba e della musica antica, esibendosi spesso con l’ensemble musicale Ars Musicae, iscrivendosi nel 1968 ai corsi di perfezionamento della Schola Cantorum Basiliensis, a Basilea, in Svizzera. Nel 1973, subentrò ad August Wenzinger nella direzione dell’ensemble Basiliense, e dallo stesso anno incominciò nella città svizzera la sua attività didattica, tenendovi corsi e master class.
Nel 1974 Savall ha fondato assieme alla moglie Montserrat Figueras, a Lorenzo Alpert e a Hopkinson Smith l’ensemble Hespèrion XX, poi ribattezzato Hespèrion XXI dall’anno 2000, che ha per scopo la riscoperta, la valorizzazione e la diffusione del patrimonio musicale dell’Europa del Mediterraneo dall’antichità al XVIII secolo.

Domenico Scarlatti

Giuseppe Domenico Scarlatti (Napoli, 26 ottobre 1685 – Madrid, 23 luglio 1757) è stato un clavicembalista e compositore italiano, attivo durante l’età barocca.

Domenico Scarlatti nacque a Napoli nel 1685. Il suo atto di battesimo, nella chiesa di Santa Maria della Carità o San Liborio, ci fa sapere che fu condotto al fonte da don Domenico Marzio Carafa duca di Maddaloni, che cinque anni prima aveva accolto nel suo palazzo il padre Alessandro Scarlatti, facendogli rappresentare l’opera Gli equivoci del sembiante, apprezzata trionfalmente l’anno prima al teatro Capranica di Roma. Fu il sesto di dieci figli, studiò prima con suo padre Alessandro, celebre compositore, insegnante ed esponente di spicco della Scuola napoletana; dei suoi fratelli anche il maggiore, Pietro Filippo, fu un compositore e clavicembalista. La formazione del ragazzo, soprannominato Mimmo, verrà influenzata anche da altri membri della famiglia: le zie Anna Maria e Melchiorra e

lo zio Tommaso erano cantanti, lo zio Francesco compositore.
Quindicenne, il viceré Medinaceli lo nominò organista e compositore della Cappella Reale di Napoli il 13 settembre 1701, con la funzione di suo “clavicembalista di camera”.
Nel 1702 il padre lo portò con sé in un breve viaggio a Firenze, alla corte del granprincipe Ferdinando de’ Medici non senza una sosta a Roma per offrire al marchese Francesco Maria Ruspoli una cantata composta dal figlio. Di ritorno a Napoli, tra il 1703 e il 1705, Scarlatti lavorò per il teatro di S. Bartolomeo, gestito dallo zio Nicola Barbapiccola: compose L’Ottavia ristituita al trono e revisionò Il Giustino di Giovanni Legrenzi e l’Irene di Carlo Francesco Pollarolo. Entusiasta delle esperienze professionali del figlio, nel 1705 Alessandro Scarlatti lo mandò a Venezia con il castrato Nicolò Grimaldi, con una tappa a Firenze nella speranza di un incarico presso il granprincipe. Ma il granprincipe Medici si limitò a lodarne il talento. Giunto a Venezia, non trovò impiego e poco si sa dei suoi successivi quattro anni, così, nel 1708, si stabilì a Roma, dove il padre Alessandro era ritornato nel 1703 con la famiglia.
Scarlatti era già un clavicembalista eminente: celebre una sua prova di abilità con Georg Friedrich Händel al palazzo del Cardinale Ottoboni a Roma, dove fu giudicato superiore a Händel al clavicembalo, anche se inferiore all’organo. Il padre Alessandro, allora alla testa della cappella liberiana in S. Maria Maggiore, chiamò presso di sé il figlio come direttore del secondo coro nella messa di Spagna per sant’Ildefonso del 23 gennaio 1708 e come organista in quella del settembre successivo. Alcune sue composizioni vi vennero eseguite, come la Missa La stella, conservata con alcuni mottetti nell’archivio di S. Maria Maggiore.
Apprezzato dalla nobiltà romana, Scarlatti ebbe un posto di spicco come maestro di cappella della regina polacca in esilio Maria Casimira, vedova di Giovanni III Sobieski, che, nel 1699, si era stabilita a Roma ed emulava il mecenatismo artistico espresso da Cristina di Svezia nel secolo precedente. A Roma, nel 1709, incontrò Thomas Roseingrave suo estimatore a cui si deve l’accoglienza entusiasta delle sonate del compositore a Londra, dove fu pubblicata nel 1738 una raccolta, dal titolo Essercizi per gravicembalo, contenente 30 delle sue 555 sonate che sono giunte ai giorni nostri. Si tratta delle sole opere tastieristiche di Scarlatti che furono pubblicate durante la sua vita.
Nel 1714, sommersa dai debiti, Maria Casimira riparò in Francia (morì poco tempo dopo). Nello stesso anno Scarlatti ottenne la protezione del mecenate che gli avrebbe spalancato una nuova carriera nella penisola iberica, Rodrigo Anes de Sá Almeida e Menezes, marchese de Fontes, ambasciatore straordinario del Portogallo a Roma. In alcuni documenti dell’epoca Scarlatti risulta «mastro di cappella» del diplomatico. Non si ha notizia di altre attività musicali per conto del marchese, ma il rapporto dovette avere un seguito, se cinque anni dopo fu assunto alla corte portoghese.
Negli ultimi anni romani Scarlatti fu maestro di cappella a San Pietro fino al 1719, e in quello stesso periodo fu a Londra per dirigere la sua opera Narciso al King’s Theatre. Del considerevole incremento di composizioni ecclesiastiche che il servizio vaticano dovette comportare rimangono scarse tracce, in particolare due Miserere conservati nel fondo della cappella Giulia e forse il famoso Stabat mater a 10 voci, documentato in numerose copie, del quale peraltro non è certo se sia stato scritto per Roma oppure per Lisbona (d’Alvarenga, 2008, p. 54).
A detta del diario di David Nairne, che in qualità di segretario del pretendente cattolico al trono inglese, Giacomo III Stuart, soggiornò a Roma dal 22 maggio al 17 luglio 1717, Scarlatti si esibiva come cantante in palazzi privati, a conferma della formazione polivalente dei musicisti dell’epoca. Tra il 1708 e il 1719 svariate sue cantate e serenate furono eseguite in spazi nobiliari o pubblici, inclusi palazzo Mignanelli (del principe Guido Vaini), il palazzo Apostolico e il Campidoglio, dove nel 1711 fu data La virtù in trionfo, per commissione dell’Accademia di S. Luca. A Roma, Scarlatti scrisse sia cantate da camera, sia partiture operistiche per il teatro Capranica: nel 1715 Ambleto (libretto di Apostolo Zeno e Pietro Pariati) e gli intermezzi La Dirindina (Girolamo Gigli; edizione a cura di F. Degrada, Milano 1985), una salace satira del sottobosco operistico, che però non andò in scena (fu allestita solo nel 1729, al Valle, tra gli atti di una tragedia in prosa) e nel 1718, in collaborazione con Nicola Porpora, Berenice regina di Egitto.
Che cosa vedere a Lisbona in tre giorni (9 di 12) | Touring ClubSuccessivamente, grazie ai rapporti con il marchese de Fontes, si trasferì a Lisbona, il 29 novembre 1719. Scarlatti arrivò a Lisbona il 29 novembre 1719, «impazientemente atteso dal Re», come scrisse il nunzio Vincenzo Bichi; accolto a palazzo, cantò accompagnato dalla regina Maria Anna d’Austria. Assunto come compositore della cappella patriarcale e maestro di musica della famiglia reale, ebbe due alunni di talento: il fratello minore del re, António, che nel 1732 fu poi il dedicatario delle Sonate da cimbalo di piano e forte di Lodovico Giustini da Pistoia (la prima edizione musicale espressamente destinata al pianoforte), e Maria Magdalena Barbara che, ben presto divenuta un’egregia interprete di musica da tasto, stabilì con Domenico una relazione artistica e didattica destinata a durare una vita intera.
Nell’apparato musicale della monarchia portoghese, in aggiunta alle mansioni di «capo e direttore di tutta la sua musica della Patriarcale», di cui parla il nunzio apostolico, Scarlatti doveva provvedere alle serenate e cantate per i genetliaci e gli onomastici della famiglia reale e per altre occasioni festive, secondo un uso che la regina aveva introdotto sull’esempio della corte di Vienna.
Il soggiorno portoghese fu interrotto a più riprese. Tra il 1723 e il 1725 Scarlatti fu variamente a Napoli, Parigi, Roma e di nuovo Parigi. Un soggiorno romano nella seconda metà del 1724 è testimoniato dall’autobiografia di Johann Joachim Quantz, una visita all’anziano genitore a Napoli è riferita da Johann Adolf Hasse. I carteggi dell’ambasciatore Luís da Cunha documentano la presenza di Domenico a Parigi nel maggio del 1724 e nell’agosto del 1725 e la concessione di 2500 cruzados portoghesi per spese di viaggio; a Parigi pare si fosse esibito anche in pubblico.
Nel febbraio del 1727 Scarlatti ritornò a Roma, grazie a un sussidio regale di 1000 scudi per il viaggio. Il 15 maggio 1728, in S. Pancrazio, il musicista quarantaduenne sposò Maria Caterina Gentili, giovane romana di 16 anni.
Nel periodo lisbonese compose almeno 23 opere di grande mole: di tante composizioni (tra cui Il trionfo della Virtù e Cantata pastorale, Gli amorosi avvenimenti, Amore nasce da un sguardo e Festeggio armonico) non sopravvive altro che la prima parte della Contesa delle stagioni (Venezia, Biblioteca nazionale Marciana, ms. It.IV.198 = 9769), data il 7 settembre 1720 per il genetliaco della regina. Delle musiche da chiesa composte in Portogallo restano un Laetatus sum, il mottetto Te gloriosus e un Te Deum a otto voci (in varie copie). Quest’ultimo brano, per l’officio del mattutino, non va confuso con il Te Deum a quattro cori (perduto) eseguito in un grandioso rendimento di grazie a San Silvestro del 1721 nella chiesa gesuitica di S. Roque. La produzione sacra di Scarlatti eseguita nella capitale, ben più ingente, incluse serie complete di responsori per l’Immacolata Concezione ed il Natale, e svariati mottetti.
La scarsità di sonate di Scarlatti nelle fonti portoghesi contrasta con il suo ruolo di insegnante della principessa Maria Barbara e con il favore di cui esse godevano a corte e presso la nobiltà: fu forse colpa del terremoto del 1755. Anche dopo che Domenico ebbe lasciato il Paese continuarono le richieste di copie delle sue sonate per la corte portoghese, come risulta dalla corrispondenza del segretario particolare del sovrano, Alexandre de Gusmão, nel 1747 e nel 1751 Fatto sta che soltanto quattro sonate in manoscritti di musica da tasto portoghesi del secondo Settecento e del primo Ottocento sono concordemente accettate come antesignane degli ‘’Essercizi’’ del 1738; tra queste spicca la Sonata n. 25 in La maggiore contenuta nel Libro di tocate per cembalo, oggi nella Biblioteca nazionale di Lisbona.

Deless-10.jpgScarlatti, allora a Roma, non presenziò all’esecuzione del Festeggio armonico da lui composto per le doppie nozze reali di Maria Barbara con l’erede al trono di Spagna, il futuro Fernando VI, e di Marianna Vittoria di Borbone con il principe Giuseppe, futuro re del Portogallo; né prese parte al corteo cerimoniale della troca das Princesas sul fiume Caia alla frontiera tra i due reami. Poco dopo il rientro a Lisbona, nel 1729, a Scarlatti fu ordinato di mettersi in viaggio per Siviglia, al seguito dell’augusta discepola.
Nel 1729 si trasferì nella città, rimanendovi per quattro anni. Tra il 1729 e il 1733 la corte di Filippo V e Isabella Farnese risiedette a Siviglia per volontà della regina, desiderosa di scongiurare l’abdicazione del consorte, afflitto da gravi depressioni. In quel quinquennio (il cosiddetto lustro regale) la città andalusa ospitò musicisti, pittori e artisti di ogni genere. Dalla posizione pubblica detenuta in Lisbona, che abbracciava i diversi organismi musicali della corte e le funzioni di rappresentanza della monarchia in campo sacro e profano, il musicista passò alla condizione esclusivamente privata di maestro di musica della principessa delle Asturie. Il che, almeno in parte, spiega la modesta visibilità di cui godette poi nella corte spagnola. Alcune serenate di Scarlatti già eseguite a Lisbona furono riprese a Siviglia: è il caso di Amor nasce da un sguardo, data il 27 dicembre 1725 sul Tago per l’onomastico di Giovanni V e ripetuta sul Guadalquivir il 1º maggio 1731 per l’onomastico di Filippo V. L’elenco delle musiche possedute da Maria Barbara, passate poi a Farinelli, menziona una pastorale e ben 14 serenate a 4 ed 8 voci di Scarlatti, che peraltro potrebbero ben risalire al periodo lusitano. Nel 1733 si recò a Madrid, sempre come maestro di musica della principessa Maria Magdalena Barbara.

Bartolomeo Nazarie – Ritratto di Farinelli 1734 – Royal College of Music London

Il 21 aprile 1738 il re del Portogallo aveva insignito Scarlatti del titolo di cavaliere dell’Ordine di Santiago e, con decreto del 10 giugno 1739, gli concesse un appannaggio vitalizio annuo di 400.000 réis portoghesi, da dividere in parti eguali tra i discendenti dopo la morte. Deve risalire a quest’epoca il noto ritratto di Scarlatti, già attribuito a Domingo Antonio Velasco, oggi nella collezione José Relvas, Casa dos Patudos (Museo di Alpiarça).
Nel 1746, morto Filippo V, Fernando e Maria Barbara assursero al trono di Spagna. L’ascesa al soglio dei suoi padroni non comportò per Domenico un ritorno ai grandi generi vocali drammatici: al contrario, continuò nel ruolo di maestro di musica privato dei monarchi. Sotto il nuovo sovrano la direzione delle opere in musica e delle feste reali fu affidata al cantante castrato Farinelli, impiegato a corte, come detto, dal 1737. Pur essendo stato chiamato a Madrid da Isabella Farnese, il castrato aveva instaurato uno stretto rapporto con gli sposi principeschi, prendendo parte agli intrattenimenti musicali nei loro appartamenti privati: alcune cantate da camera della maturità di Scarlatti potrebbero essere state concepite per lui; Scarlatti ebbe infatti una duratura amicizia con il cantante castrato e la corrispondenza tra i due fu definita dal musicologo e clavicembalista Ralph Kirkpatrick “la più importante fonte di informazioni su di sé che Scarlatti abbia trasmesso alla posterità.”
Domenico Scarlatti morì a Madrid, all’età di 71 anni. La sua residenza in Calle Leganitos è segnalata con una targa storica, e i suoi discendenti vivono ancora oggi a Madrid. Le sue spoglie sono andate perdute, con la tomba che le conservava e il convento in cui essa era, a causa del rinnovamento urbanistico di Madrid dell’inizio del ‘900. L’intero quartiere è stato sostituito da un altro.

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Nicola Porpora e la voce di Farinelli

Nicola Antonio Giacinto Porpora, (Napoli, 1686 – Napoli, 1768), è stato un compositore e maestro di canto italiano. Fu uno dei più celebri compositori della sua epoca soprattutto per quanto riguarda l’ambito operistico.
Nicola Porpora nacque a Napoli, nel 1687 secondo certi biografi, nel 1685 secondo altri, o il 17 agosto del 1686, secondo l’opinione del marchese di Villarosa, che aveva tratto la data dai registri della chiesa di San Gennaro all’Olmo dove Porpora fu battezzato.
Suo padre, libraio, gravato da una numerosa famiglia, prese la risoluzione di far studiare la musica a questo bambino e ottenne la sua ammissione al conservatorio di Santa Maria di Loreto. I suoi maestri in questa scuola furono Gaetano Greco, il padre Gaetan de Pérouse, e Alessandro Scarlatti.
Uscito dal conservatorio, Porpora cominciò la sua carriera di compositore con l’opera: Basilio re di Oriente al teatro dei Fiorentini, nuovamente ricostruito. Sulla partitura di quest’opera Porpora si fregiava del titolo di maestro di cappella dell’ambasciatore del Portogallo.
Nel 1710 fu chiamato a Roma per scrivere la Berenice, opera in tre atti che fu favorevolmente accolta dal pubblico. Händel, che si trovava a Roma quando quest’opera venne rappresentata, rese giustizia al merito della musica di Porpora, e, cosa che faceva di rado, si complimentò con l’artista napoletano per il suo successo. Questi due uomini, notevoli, ognuno nel proprio genere, non prevedevano allora che più tardi sarebbero divenuti nemici inconciliabili.
Di ritorno a Napoli, Porpora compose per l’antico teatro San Bartolomeo, l’opera in tre atti Flavio Anicio Olibrio, rappresentata nel mese di dicembre 1711. Dopo quest’opera il compositore scrisse molte messe, salmi e mottetti per la maggior parte delle chiese della città. Tra i suoi talenti, possedeva in alto grado quello dell’insegnamento del canto, tanto da aprire, in quest’epoca, una scuola divenuta

Bartolomeo Nazarie – Ritratto di Farinelli 1734 – Royal College of Music London

poi celebre nella quale si formarono Carlo Broschi detto il Farinelli, Gaetano Majorana conosciuto come Caffarelli, Hubert, detto il Porporino , dal nome del suo maestro, Salimbeni, la Molteni e molti altri che furono i più grandi cantanti del XVIII secolo. Farinelli era incomparabile soprattutto nel canto di bravura e nella vocalizzazione brillante.
Nel 1719 Porpora diede al teatro San Bartolomeo l’opera Faramondo che riscosse un grande consenso. Nello stesso anno fu nominato maestro del conservatorio dei poveri di Gesù Cristo. Chiamato a Roma vi compose l’opera Eumene, nel 1721, rappresentata al teatro Aliberti con successo grandissimo. Nuovamente a Napoli nel 1722 Porpora scrisse l’oratorio Il martirio di Santa Eugenia che fu considerata come una delle sue più belle produzioni.
La sua reputazione come professore di composizione eguagliava quella che aveva acquisito a giusto titolo in qualità di maestro di canto. Fu a lui che, nel 1724, al suo arrivo a Napoli, Hasse si rivolse per dirigerlo nei suoi studi, ma essendo stato presentato in seguito ad Alessandro Scarlatti, ne risultò tra loro un dissapore che si accrebbe col passar del tempo.
L’anno 1723 fu caratterizzato da un’attività febbrile, poiché scrisse, per le nozze del principe di Montemiletto una cantata che aveva per titolo L’Imeneo nella quale cantò il suo allievo Farinelli, poi Amare per regnare opera rappresentata al teatro San Bartolomeo.Per il Carnevale del 1723 due grandi interpreti, Farinelli e Domenico Gizzi, Virtuoso della Real Cappella di Napoli, cantarono con grande successo nel dramma per musica di Porpora Adelaide rappresentata al Teatro Alibert di Roma. Sempre in quell’anno il maestro compose una messa a cinque voci.
Nel 1725 Porpora fece un viaggio a Vienna dove fece ascoltare alla corte reale alcuni brani delle sue opere, che non furono però apprezzati. L’imperatore Carlo VI, che non amava gli ornamenti del canto italiano e che aveva particolarmente in avversione i trilli e i mordenti, di cui Porpora faceva largo uso nelle sue composizioni, non gli diede l’incarico di scrivere alcuna opera. Al ritorno da questo viaggio, si fermò a Venezia dove fu ingaggiato per comporre l’opera Siface nel 1726 al teatro di San Giovanni Crisostomo. Il successo che ottenne gli valse il posto di maestro del Conservatorio degli incurabili. Sempre a Venezia, fece rappresentare, nello stesso anno, Imeneo in Atene e, nel 1727, Arianna e Teseo che fu giudicata una delle sue migliori opere. Fu a Venezia, e nella stessa epoca, che scrisse per gli allievi del suddetto conservatorio, dodici belle cantate la cui prima edizione comparve a Londra nel 1735.
Nel 1728 Porpora fu invitato a Dresda per insegnare canto alla principessa elettrice di Sassonia Maria Antonietta. Passando per Vienna, vi si fermò per qualche tempo, nella speranza di far ricredere l’imperatore sulla qualità della sua musica e di ricevere qualche ricompensa di cui aveva bisogno, essendo partito da Venezia con una borsa molto leggera, ma per lungo tempo cercò invano l’occasione di far eseguire qualcosa di suo nella cappella reale, e si sarebbe trovato anche nell’impossibilità di procurarsi da vivere se l’ambasciatore di Venezia non lo avesse ospitato presso di lui e non gli avesse fatto ottenere il favore di poter scrivere un oratorio per il servizio dell’imperatore.
Porpora si accinse quindi a questa composizione per la quale gli era stato raccomandato di moderarsi nell’uso degli abbellimenti. L’imperatore, assistendo ad una delle prove, fu affascinato di trovare uno stile semplice dove non appariva un solo ornamento che non gli piacesse, ma il compositore aveva preparato per la fine una sorpresa che non si aspettava, e che ebbe il successo previsto da Porpora. Il tema della fuga finale cominciava con quattro note ascendenti sulle quali aveva messo un trillo, questa serie di trilli, ripetuta a tutte le entrate dalle diverse voci, divenne una buffonaggine delle più piacevoli quando, nello stretto, tutte le voci fecero sentire una lunga serie di trilli che si riprendevano scambievolmente. Sebbene di carattere molto serioso, l’imperatore fu preso da un riso incontenibile e lo ricompensò lautamente.
Arrivato a Dresda, Porpora vi fu ben accolto e ben presto godette di un favore senza limiti presso la principessa elettrice (Maria Antonietta Walpurgis), che apprese da lui non solo l’arte del canto ma anche quella della composizione. Quando Hasse si ritrovò alla corte di Sassonia, nel 1730, vi trovò Porpora in possesso della direzione della musica della corte e fu allora che gli diede testimonianza di un’ingratitudine che si era già manifestata a Napoli. Nel 1729 il maestro italiano aveva ottenuto un congedo per andare a Londra a dirigere l’opera italiana creata in contrapposizione a quella di Händel, ma prima di recarvisi si fermò lungo la strada a Venezia, dove fece rappresentare, con grande successo, la Semiramide riconosciuta.

Händel

Arrivato a Londra, nel mese di aprile, prese possesso del suo nuovo incarico di direttore dell’opera italiana, sorta nel tentativo di far soccombere Händel che sosteneva in proprio le spese dei suoi spettacoli. Delle perdite considerevoli si registrarono da ambedue le parti e a un certo punto Porpora comprese che, per avere un vantaggio sull’avversario, avrebbe dovuto chiamare a Londra Farinelli e, tornato a Dresda, negoziò l’affare, riportando con sé il cantante, grazie al quale, insieme con il Senesino, trionfò su Händel. Porpora allora domandò e ottenne la remissione del suo ingaggio con la corte di Sassonia e dimorò per parecchi anni nella capitale inglese.
Vi pubblicò un libro di sue eccellenti cantate e dei trii di violino e basso sotto il titolo di Sinfonie, opera di una concezione tanto debole quanto l’altra era rimarchevole. Abituata alla musica nervosa e piena di invenzione di Händel, la nazione inglese non gustava le opere drammatiche di Porpora il cui stile, benché pieno di melodia, mancava di calore e di novità. Ma la grande reputazione, di cui godeva a Londra come maestro di canto, avrebbe potuto fare la sua fortuna se la sua ambizione di artista si fosse limitata a impartire lezioni di quest’arte che possedeva come pochi.
Nel 1736 sembrò allontanarsi dall’Inghilterra per stabilirsi a Venezia dove, in quello stesso anno, diede la sua opera Rosdale. Dopo questa data se ne persero le tracce fino al 1744, in occasione della rappresentazione dell’opera Le nozze di Ercole ed Ebe e uno Stabat Mater per due soprani e due contralti nel 1745.
Un gentiluomo veneziano chiamato Cornero fu mandato in quell’epoca a Vienna. Conosceva una donna appassionata follemente di musica la quale ottenne da lui che richiamasse in quella città il vecchio maestro da cui non voleva separarsi e così, per la terza volta, Porpora rivide la capitale dell’Austria.
Vi trascorse diversi anni e fu proprio in quel terzo soggiorno che Haydn lo conobbe e ne ricevette dei consigli. Si ignora in quale anno lasciò Vienna per tornare a Napoli, ma tutto porta a credere che ciò sia avvenuto tra il 1755 e il 1760. Nel 1740 fece rappresentare la sua ultima opera Il trionfo di Camilla con Anna Maria Strada, Francesco Bernardi ed Angelo Amorevoli al Teatro San Carlo di Napoli.
L’ultima composizione in assoluto di Porpora fu una musica per la festa del sangue di San Gennaro eseguita nella cattedrale di Napoli nel 1765.
Lo storico della musica Burney, che visitò Napoli poco dopo la sua morte, dice che i suoi ultimi anni trascorsero nella miseria più nera, le sue infermità gli impedivano spesso di dare lezioni che erano la sua unica risorsa. Si fa fatica a comprendere che sia stato così, visto che in quegli anni occupava il posto di maestro del conservatorio di Sant’Onofrio e quello di direttore della cattedrale di Napoli. Tuttavia, l’asserzione di Burney trova conferma nel marchese di Villarosa secondo cui i musicisti di Napoli dovettero tassarsi per pagare i suoi funerali che ebbero luogo nella chiesa dell’Ecce Homo.
Porpora morì nel febbraio del 1766, per un male che gli era sopravvenuto alle gambe.

Testo: Liberamente tratto da wikipedia
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