Creuza de ma

Re               Sol   Re
Umbre de muri muri de mainé
  Re                La  Re
dunde ne vegnì duve l’è ch’ané
  Re               Sol   Re
da ‘n scitu duve a l’ûn-a a se mustra nûa
  Re                La  Re
e a neutte a n’à puntou u cutellu ä gua
  Re               Sol   Re
e a muntä l’àse gh’é restou Diu
  Re                La  Re
u Diàu l’é in çë e u s’è gh’è faetu u nìu
  Re               Sol   Re
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
  Re                La  Re
e a funtan-a di cumbi ‘nta cä de pria

  Sol    Re La Sol Re La Sol  Re
E andae, andae, anda ayo;
  Sol       Re La Sol Re La Sol  Re
e andae, andae, anda ayo.

  Re               Sol   Re
E ‘nt’a cä de pria chi ghe saià
  Re                La  Re
int’à cä du Dria che u nu l’è mainà
  Re               Sol   Re
gente de Lûgan facce da mandillä
  Re                La  Re
qui che du luassu preferiscian l’ä
  Re               Sol   Re
figge de famiggia udù de bun
  Re                La  Re
che ti peu ammiàle senza u gundun

  Sol    Re La Sol Re La Sol  Re
E andae, andae, anda ayo;
  Sol       Re La Sol Re La Sol  Re
e andae, andae,  anda ayo.

  Re               Sol   Re
E a ‘ste panse veue cose ghe daià
  Re                La  Re
cose da beive, cose da mangiä
  Re               Sol   Re
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
  Re                La  Re
çervelle de bae ‘nt’u meximu vin
  Re               Sol   Re
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
  Re                La  Re
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi

  Sol    Re La Sol Re La Sol  Re
E andae, andae, anda ayo;
  Sol       Re La Sol Re La Sol  Re
e andae, andae,  anda ayo.

  Re               Sol   Re
E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi
  Re                La  Re
emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi
  Re               Sol   Re
finché u matin crescià da puéilu rechéugge
  Re                La  Re
frè di ganeuffeni e dè figge
  Re               Sol   Re
bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä
  Re                La  Re
che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä

Creuza

impropriamente tradotto mulattiera, viene in realtà usato, in dialetto genovese, per indicare una strada suburbana che scorre fra due muri che determinano i confini di proprietà.

Dall’Andrea

Si allude probabilmente a una locanda che offre rifugio ai marinai tornati dalla pesca. Il proprietario viene infatti definito un “non marinaio” nel verso successivo.

Mulattiera di Mare
Ombre di facce facce di marinai
da dove venite dov’è che andate
da un posto dove la luna si mostra nuda
e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l’asino c’è rimasto Dio
il Diavolo è in cielo e ci si è fatto il nido
usciamo dal mare per asciugare le ossa dall’Andrea
alla fontana dei colombi nella casa di pietra

E nella casa di pietra chi ci sarà
nella casa dell’Andrea che non è marinaio
gente di Lugano facce da tagliaborse
quelli che della spigola preferiscono l’ala
ragazze di famiglia, odore di buono
che puoi guardarle senza preservativo
E a queste pance vuote cosa gli darà
cose da bere, cose da mangiare
frittura di pesciolini, bianco di Portofino
cervelli di agnello nello stesso vino
lasagne da tagliare ai quattro sughi
pasticcio in agrodolce di gatto
E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli
emigranti della risata con i chiodi negli occhi
finché il mattino crescerà da poterlo raccogliere
fratello dei garofani e delle ragazze
padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare
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Andrea

Nato in un piccolo paese del SUD Casarano, ho studiato e lavoro in una bella città del NORD Firenze. Ho girato un poco il mondo, non quanto avrei voluto, ora vivo nella TERRA DI MEZZO., un po’ in una casa in città, un po’ in una casa al mare; un po’ qui in una casa virtuale, un po’ la dove mi porta il cuore.

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