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La sindrome di Lazzaro
Ripenso al mio lavoro nelle Comunità Terapeutiche degli anni ’80. Tralascio di entrare nello specifico ma vero è che, dopo un periodo di demotivazione riguardo al lavoro istituzionale svolto fino a quel momento, decido di prendere alcuni mesi di aspettativa non pagata e di utilizzarla per lavorare in alcune Comunità Terapeutiche appena nate. Nella prima Comunità, che condivido con un collega, faccio esperienza di terapia con ragazzi in fase terminale. A quel tempo non vi era alcuna cura capace di fermare l’infezione e i ragazzi ammalati, che quasi sempre venivano abbandonati dalla famiglia e dagli amici, si preparavano a morire, tra le pratiche eroiche di alcuni operatori e l’ostracismo collettivo. Io e il mio collega cercavamo di creare un clima positivo e di valorizzare tutte le capacità creative dei ragazzi. Ricordo la festa musicale organizzata in uno stadio del paese che ospitava la nostra Comunità e Giacomo, che sarebbe morto di lì a poco, che saltava sul palco cantando una canzone scritta da lui:

“Sì, ce la farò
a diventare uomo
sono stanco di buttarmi via
voglio essere io
voglio diventare vero
voglio camminare a testa in su…”

Ma anche le magliette stampate con i loro disegni e lo slogan “Né come il gigante dei tuoi sogni né come il nano delle tue paure.”
Fu così che, giorno dopo giorno, vedemmo morire tanti giovani amici, che avevamo imparato ad apprezzare e a capire profondamente nella loro sconfinata voglia di vivere. Li vedo ancora sfilare sulla scena dei ricordi:

  • Marisa, con i suoi riccioli biondi e lo sguardo di cucciolo impaurito. Aveva provato di tutto per attrarre l’attenzione di sua madre ma niente sembrava avere il potere di compiere questo miracolo. Fu solo la droga e poi l’AIDS a permettere che sua madre volgesse lo sguardo verso quella figlia rifiutata e negata, che nel frattempo le aveva regalato un nipotino dai riccioli d’oro.

  • Mario, il cantautore più amato da tutti noi, un trascinatore dolce e generoso, tenero e determinato. Lo rivedo ancora salire su un palco enorme, con la sua chitarra piena di adesivi e la voce che accarezza i nostri cuori. Quella sera era venuto per me, per farmi compagnia in un evento che avevo costruito e che a quel tempo mi sembrava di portata storica e forse in qualche modo lo era.

  • Alfonso, che intaglia pezzi di legno e radici di rose, con cui costruisce piccoli strumenti musicali e alcune mini-sculture che nascondono al loro interno altre meraviglie. I suoi doni li tengo vicini, nel mio luogo di lavoro e ogni tanto li riguardo e mi ricordo del suo sorriso.

E poi Maria e Federica e Riccardo e Pino e tutta una schiera di giovani ribelli vittime solo della voglia di amare e di essere amati.
Le loro storie potrei raccontarle una per una e nel raccontarle rivivere i loro gesti, le loro timidezze e i silenzi dietro i quali si nascondeva, spesso, il senso di una resa per una vita che non erano riusciti ad acchiappare, a conquistare una volta per tutte. Ma poi la storia cambiò… Qualche tempo dopo ci trovammo a fronteggiare la cosiddetta “Sindrome di Lazzaro”, nella quale le nuove cure resero l’infezione da HIV una malattia cronica, con la quale si poteva convivere. Molti giovani che si stavano preparando a morire, dopo aver visto morire gli amici e le persone più care, dovettero attrezzarsi per continuare a vivere, a lavorare e ad amare.
Non fu facile ritornare a vivere, sopravvivere a tutte le persone perdute in quel periodo terribile in cui quell’epidemia sembrava un marchio da appestati ma anche un’accusa, un castigo di dio.

Vincenzo Ampolo


Andrea

Nato in un piccolo paese del SUD Casarano, ho studiato e lavoro in una bella città del NORD Firenze. Ho girato un poco il mondo, non quanto avrei voluto, ora vivo nella TERRA DI MEZZO., un po’ in una casa in città, un po’ in una casa al mare; un po’ qui in una casa virtuale, un po’ la dove mi porta il cuore.

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